Murano e il vetro

Un’arte che sfida i secoli

L’arte del vetro di Murano rappresenta una delle eccellenze più affascinanti della tradizione artigianale italiana. I maestri vetrai veneziani ereditarono dagli artigiani orientali l’uso del vetro sodico, una composizione ideale per la lavorazione a caldo, ma la perfezionarono con uno stile unico e inconfondibile.

L’intuizione dei maestri fu quella di riconoscere nel vetro un materiale vivo e malleabile, capace di essere soffiato e modellato con eleganza, mantenendo intatta la sua lucentezza e trasparenza anche dopo il raffreddamento.
A differenza della tradizione nordica, dove il vetro era trattato come una pietra da scolpire, a Murano nacque una nuova forma d’arte fluida e luminosa.

La Nascita di un’Industria Unica

Nel XIII secolo, l’isola di Murano divenne il cuore pulsante dell’arte vetraria veneziana.
Nel 1291, il governo di Venezia decretò il trasferimento di tutte le fornaci sull’isola per proteggere i segreti di produzione e prevenire incendi nella città.

Pochi anni prima, nel 1271, la corporazione dei vetrai aveva già introdotto leggi severissime per tutelare la conoscenza artigianale: chi lasciava Venezia senza autorizzazione rischiava gravi pene. A conferma del prestigio dei maestri vetrai, essi godevano di privilegi speciali, come il diritto di portare la spada e l’immunità dai procedimenti giudiziari.

Innovazione e Monopolio di Qualità

L’arte del vetro di Murano rappresenta una delle eccellenze più affascinanti della tradizione artigianale italiana. I maestri vetrai veneziani ereditarono dagli artigiani orientali l’uso del vetro sodico, una composizione ideale per la lavorazione a caldo, ma la perfezionarono con uno stile unico e inconfondibile.

L’intuizione dei maestri fu quella di riconoscere nel vetro un materiale vivo e malleabile, capace di essere soffiato e modellato con eleganza, mantenendo intatta la sua lucentezza e trasparenza anche dopo il raffreddamento.
A differenza della tradizione nordica, dove il vetro era trattato come una pietra da scolpire, a Murano nacque una nuova forma d’arte fluida e luminosa.

Il Quattrocento

Inizialmente il vetro soffiato aveva scopo utilitaristico ed infatti se ne conserva poca documentazione, mentre nel 1400 a Venezia si cominciò a produrre l’oggetto in vetro anche con scopo puramente artistico-estetico; tra gli artisti si può menzionare Antonio da Codegoro. Nella seconda metà del XV secolo comparvero opere di pittori su vetro cristallino quali: Pietro de Zorzi Cortiner, Filippo de Catanei della Sirena, Valentino Ungaro, Alvise da Segna, Zuane Maria Licini, Zuane Maria Leopardo ed altri i quali usarono smalti colorati fusibili. Questo vetro chiamato cristallino poiché estremamente puro, sembrerebbe essere stato creato da Angelo Barovier (1405-1460) discendente da una famosa dinastia di vetrai ancora operativa nell’isola di Murano. Riferendoci alla creazione del cristallo, il vetro cristallino che nasce trasparente e in seguito colorato, nel XV secolo, più spesso, veniva prodotto e lasciato incolore come il cristallo di rocca, quindi cristallo. Questo materiale trasparente male si sposava però con le decorazioni smalto opaco e spesso, quindi con il tempo le decorazioni divennero sempre più leggere ed eseguite a puntini smaltati o dorati, produzione che continua fino al primo quarto del XVI secolo.

Il Cinquecento

In questo secolo, oltre al cristallo decorato o al vetro bianco trasparente decorato con il lattimo utilizzato a filigrana (lunghe e sottili canne inserite nel vetro trasparente), si decorò il vetro con l’incisione a punta di diamante o pietra focaia, che graffiava la superficie del vetro con un disegno prestabilito, su invenzione di Vincenzo di Angelo Dal Gallo nel 1534 che fu usata dando l’immagine del cristallo come avvolto da un fine merletto. Altro tipo di lavorazione dell’epoca fu il “vetro ghiaccio”, rugoso e screpolato all’esterno, lucido ma non trasparente. La decorazione avveniva applicando il colore a freddo sul rovescio degli oggetti ed utilizzando i soggetti dei dipinti di artisti come Raffaello o Primaticcio; a testimonianza il piatto con “Le due donne dormienti” che con molta probabilità fu eseguito da Marcantonio Raimondi rivisitando un dipinto di Raffaello. Verso la fine del secolo si diffusero i vetri decorati “a penne” usando il lattimo avvolto in fili “pettinati” a festoni con uno speciale attrezzo. Nella seconda metà del Cinquecento gli oggetti divennero più complessi ed articolati perché trattati con la lavorazione a pinza. Nel XVI secolo con la diffusione e la fama del vetro di Murano in tutta Europa i maestri vennero chiamati a lavorare in vetrerie estere soprattutto nei Paesi Bassi, in Germania, in Inghilterra e in Spagna. Tra le famiglie più note della seconda metà del XV secolo si annoverano: i Barovier, i Mozzetto, i Della Pigna e nel XVI secolo le dinastie dei Ballarin, dei De Catanei della Sirena, dei D’Angelo Dal Gallo, dei Bortolussi e dei Dragani.

Il Seicento

Nel Seicento non vennero prodotti oggetti particolarmente innovativi, ma poi il vetro si contraddistinse per la produzione di manufatti chiamati à la façon de Venise prodotti all’estero con artigiani locali o molto spesso da maestri vetrai muranesi espatriati. Questi, assecondando il gusto dei paesi ospitanti, enfatizzarono i motivi del decoro barocco comparsi nel secolo precedente anche sul vetro colorato, come ad esempio la decorazione dei gambi sui calici denominati “ad alette”. Purtroppo questo secolo rimarcò il grande esodo dei maestri muranesi che trovarono dimora nelle grandi città del Nord Europa più per la miseria dovuta alla rigidità delle leggi repubblicane che da obiettivi economici. Ed è infatti in questo periodo che l’arte del vetro cominciò a decadere pur avendo validi artisti, dando spazio all’affermazione del vetro boemo. Questo vetro, nato negli anni settanta-ottanta, più terso e pesante di quello veneziano, poteva essere lavorato con maggior facilità sia ad intaglio che ad incisione non più a graffio ma a rotella. Quindi, paradossalmente, alla fine del secolo a Venezia si imitavano le incisioni a rotella dai vetri boemi.

Il Settecento

Per tentare di uscire dalla grave crisi in cui si era imbattuta l’arte vetraria all’inizio del secolo, il muranese Giuseppe Briati avviò una produzione di vetro simile per composizione a quella dei vetri boemi, senza imitare le opere ma tentando di vincere la concorrenza. Per quanto riguarda i vetri incisi a rotella, tecnica anch’essa boema, seppur variandone la foggia, dovettero essere chiamati cristalli “all’uso di Boemia”. Ciononostante, la produzione di Briati, approvata dal Consiglio dei Dieci del 1737, ebbe un enorme successo. Tra gli oggetti più noti si annoverano le “chiocche”, lampadari a molti bracci decorati da festoni, fiori e foglie, i “deseri” centri tavola, gli specchi di cristallo colorato e il famoso “lattimo” che imitava la porcellana. A Murano il lattimo era opera soprattutto della famiglia Miotti e dei fratelli Bertolini, che nel 1739 avevano ottenuto dalla Repubblica di Venezia l’esclusiva di decorarlo in oro. Quest’epoca è anche quella della produzione di vetri mimetici come il “calcedonio”, l'”avventurina” ed i vetri soffiati decorati a smalto a caldo. Maestri di tale tecnica furono Osvaldo Brussa e suo figlio Angelo Brussa, dei quali con i soggetti caratterizzati da fiori, frutta, animali, scene sacre e profane, giungiamo all’inizio dell’Ottocento. Non va dimenticato che il vetro trova applicazione pratica attraverso la creazione di oggetti d’uso domestico, quali le ampolle per l’olio e l’aceto, le lampade da tavolo alla fiorentina, i vassoi, i cestini, i centro tavola e come materiale decorativo d’arredo. Per quasi tutto il Settecento grande importanza godette lo specchio veneziano incorniciato da decori, smalti ed incisioni, che a volte comparvero sulla superficie. Successori di Briati furono Giacomo Giandolin, Lorenzo Rossetto e Zuane Gastaldello, Vittorio Mestre, la Compagnia di Cristalli Fini ad Uso di Boemia, Antonio Motta, Vincenzo Moretti e C.

L'Ottocento

Con la Caduta della Repubblica di Venezia, nel 1797 cominciò per la città una crisi industriale e occupazionale, poiché nel 1806 i decreti napoleonici sancirono l’abolizione delle corporazioni artigianali, e quindi l’opera dei vetrai perse la tutela della Mariegola dell’Arte; in più le fornaci soffrirono la concorrenza della Boemia, Stiria e Carinzia, delle cui produzioni in vetro abbondavano i nostri mercati. Inoltre, l’imponente emigrazione dei vetrai, diffuse i segreti professionali mentre le materie prime importate e i prodotti esportati, subirono l’alto peso della tassazione. Una stasi si manifestò, quindi, tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo, sia a livello tecnico che estetico, anche se si continuava molto rozzamente la tradizione dei vetri dipinti a smalto dei Brussa. La rinascita fu merito nel 1838 di Domenico Bussolin e di Pietro Bigaglia nel 1845, che ripresero a produrre vetro filigranato dai colori vivaci e dalla varietà di intrecci e alla produzione dell'”avventurina” e di Lorenzo Radi coi “calcedoni”. Successivamente, nella metà del secolo, i fratelli Toso fondarono la fornace omonima e nel 1859 Antonio Salviati creò il laboratorio collaborando con l’abate Vincenzo Zanetti alla Fondazione dell’Archivio e alla Scuola di disegno per vetrai, che diverrà Museo del Vetro. Scuola e Museo erano strettamente connessi poiché gli allievi diventavano maestri se abili a riprodurre fedelmente gli oggetti antichi. Dopo la guerra del 1866, con l’annessione del Veneto all’Italia, rinacque lo splendore dell’attività muranese. Infatti, nel 1866 Antonio Salviati riattivò la produzione e il commercio del vetro soffiato esportando soprattutto a Londra. In quest’epoca Vincenzo Moretti creò i “vetri murrini” della Compagnia di Venezia e Murano riproducendo i vetri a mosaico romani. Gli artigiani riproposero anche i vetri paleocristiani a foglia d’oro esposti all’Esposizione Universale di Parigi del 1878 e i vetri smaltati tra i quali la “Coppa Barovier”, conservata al Museo, che ne costituisce l’opera prima; invece, nella tecnica che riproduceva le ceramiche di scavo, vi sono i vetri Corinti e Fenici prodotti dalla Compagnia di Venezia e Murano, da Salviatti e dai Fratelli Toso. Verso gli anni novanta in tutta Europa nascevano movimenti innovatori, ma a Murano si continuava a produrre vetro ottocentesco. Nel 1895, però, i Barovier, all’apertura della prima Biennale di Venezia, produssero calici leggerissimi con gambo a spirale di chiara foggia Art Nouveau.

Il Novecento

Il XX secolo comincia a Murano con nuovi processi di lavorazione del vetro di foggia moderna. Il primo innovatore fu Vittorio Toso Borella, che creò, intorno al 1909, due ciotole in vetro leggerissimo decorate con aironi e fiori acquatici a smalto trasparente. A Vittorio Zecchin, artista del gruppo secessionista di Cà Pesaro, si devono creazioni in vetro mosaico realizzate nella fornace dei Barovier ed esposte a Cà Pesaro nel 1913. Nel 1914 divenne famosa la lastrica “barbaro” disegnata dal pittore Teodoro Wolf Ferrari.

Dopo l’interruzione dovuta alla prima guerra mondiale, le fornaci ripresero la produzione adottando uno stile essenziale e funzionale. Poco dopo la cessazione del conflitto iniziarono le collaborazioni tra artisti e fornaci. Vittorio Zecchin stesso divenne direttore artistico della “Vetri Soffiati Muranesi Cappellin Venini e C.”, nata nel 1921 e specializzata nel recupero degli stili dei vetri cinquecenteschi, tratti dai dipinti rinascimentali, come ad esempio il “Calice Costolato” ed il “Vaso Veronese”. Altri artisti come il pittore Guido Cadorin e lo scultore Napoleone Martinuzzi collaborarono con le aziende e quest’ultimo, nel 1925, alla separazione di Cappellin e Paolo Venini, divenne direttore artistico della “Nuova Vetri Soffiati Muranesi Venini e C.” fino al 1932. Tra le sue opere, che denotavano l’esperienza di scultore, gli anatroccoli in vetro e filigrana del 1929 e un tipo di vetro opaco con bolle d’aria o “puleghe” inglobate, detto perciò “pulegoso”, oggetti di spessore consistente come frutti, funghi e piante grasse decorate da nastri.

Negli anni venti Umberto Bellotto si distinse perché accostò il vetro al ferro battuto e collaborò con la Pauly & c. e prima con Barovier, che era la vetreria artistica più attiva tra il 1920 e il 1930 e si avvaleva del tecnico e designer Ercole Barovier. Seconda per importanza era la S.A.L.I.R., nota per il vetro inciso e per la collaborazione dell’acquafortista Guido Balsamo Stella e dell’incisore boemo Franz Pelzel.

All’inizio degli anni venti riaprì la Salviati con la collaborazione di Dino Martens e del pittore Mario De Luigi. Nel 1940 si cominciò a considerare come tradizione vetraria anche il vetro di grosso spessore e dagli anni trenta si datarono i vetri di Carlo Scarpa per Venini. Dopo la guerra, con la ripresa dell’attività, si distinsero Ercole Barovier e Giulio Radi per la AVEM, per l’uso di coloranti metallici, mentre Alfredo Barbini modellò a caldo una serie di sculture. Archimede Seguso, perseguendo le tecniche tradizionali, realizzò in filigrana preziosi tessuti. Dagli anni cinquanta la fornace di Paolo Venini collaborò con designers di ogni nazionalità creando con il vetro mosaico piatti e vetri da tavola. A Murano oggi il vetro è diventato espressione d’arte pura a cui gli artisti si dedicano servendosi delle fornaci ma senza vincoli di produzione seriale.

Dal 1934 ad oggi

All’inizio degli anni venti riaprì la Salviati con la collaborazione di Dino Martens e del pittore Mario De Luigi.
Nel 1934 Beniamino Mandruzzato fonda la Vetreria Mandruzzato e visto che nel 1940 si cominciò a considerare come tradizione vetraria anche il vetro di grosso spessore, Beniamino improntò uno stile elegante, piu definito e moderno rispetto a quello che si era abituati a vedere in quell’epoca. Dopo la guerra, con la ripresa delle attività, Beniamino e altri maestri si distinsero per l’uso di coloranti metallici, mentre altri modellarono a caldo una serie di sculture.
Dopo aver lasciato l’azienda al figlio Luigi e al nipote Gianfranco, questi continuarono a migliorare lo stile improntato da Beniamino, che, negli anni 60 ha avuto il suo coronamento con la collaborazione ad un’importante progetto con Pablo Picasso.
Picasso, che dal 1907 al 1914 aveva dato vita al cubismo, trovo le idee e lo stile della Famiglia Mandruzzato perfette per un’opera in vetro di una scacchiera composta da otto tipi diversi di pezzi molati a mano.
Da qui si susseguirono molte altre collaborazioni con artisti internazionali come Marc Chagall e Max Ernst. Nel frattempo l’ultimo erede della famiglia Mandruzzato, Alessandro, iniziava a padroneggiare l’arte e l’esperienza tramandata da ormai 4 generazioni.
Dopo un lungo tirocinio in azienda, diversi anni di corsi di formazione specialistici e svariati workshop, ha affinando ulteriormente la tecnica adattandola alle esigenze moderne.
Riesce così a progredire e riesce a fondere le nuove competenze con la tradizione di famiglia e nel 2000 si afferma come scultore indipendente. Ha iniziato a mescolare nuovi materiali con il vetro di Murano per conferirgli un tocco contemporaneo, tra cui legno, acciaio inossidabile e diversi metalli preziosi.
Le forme geometriche e pulite dello stile moderno di Alessandro Mandruzzato attirano negli anni diversi nomi noti come Armani, Fendi, Neiman Marcus, Bergdorf & Goodman, Harrod’s, Nissan Motors, Ajmal Dubai Perfums e altri.
Alessandro cerca la perfezione in termini di servizio e qualità, ed è per questo che il lavoro non è mai finito finché il cliente non è completamente soddisfatto.

Alessandro Mandruzzato

“Quando assisto alla gioia e all’entusiasmo espressi da un cliente, so che le innumerevoli ore di lavoro che dedico a ogni opera sono più che ripagate.

Continuo il mio lavoro nella convinzione che a Murano oggi il vetro è diventato espressione d’arte pura a cui gli artisti si dedicano servendosi delle fornaci ma senza vincoli di produzione seriale.”

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